I laureati che lavorano all’estero

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Giorgio Vittadini, Furio Camillo, Sara Binassi

Sommario

Il contributo affronta il tema della mobilità internazionale dei laureati italiani attraverso l’utilizzo dei dati AlmaLaurea (www.almalaurea.it). Approfondisce i fattori che determinano la decisione di emigrare all’estero per motivi di lavoro e in particolare l’entità del vantaggio retributivo derivante dalla scelta di trasferirsi all’estero per lavoro.

 

  1. Introduzione

Gioca un ruolo centrale la teoria del capitale umano nella transizione università-mondo del lavoro, indispensabile per introdurre le innovazioni tecnologiche e organizzative dalle quali dipende la produttività e condizione per accedere a retribuzioni più elevate.

La maggior parte della letteratura economica, elaborata già nei primi anni ‘60 da Theodore W.Schultz, Jacob Mincer e Gary Becker [Schultz, 1959, 1961; Becker, 1962, 1964; Mincer, 1958, 1974], considera l’istruzione come una forma di investimento. L’università è una parte fondamentale di questo investimento che va ad incrementare l’entità di capitale umano in un individuo, in termini di produttività potenziale, ma soprattutto in termini retributivi.

Il presente articolo è una sintesi di una ricerca più ampia sviluppata per studiare il fenomeno del lavoro all’estero e approfondire i vantaggi che derivano da questa scelta. La domanda genarale che ci si pone è “Lavorare all’estero paga?”

Per rispondere a questa domanda sono stati utilizzati i dati AlmaLaurea[1]. Sono stati coinvolti i laureati del 2008 occupati all’estero intervistati a cinque anni dal conseguimento della laurea, un campione di laureati precedentemente coinvolti nell’indagine sulla condizione occupazionale e formativa condotta da AlmaLaurea e contattati nuovamente – tra novembre e dicembre 2013 – attraverso un’indagine CAWI (Computer-Assisted Web Interviewing). Per avere un collettivo il più possibile omogeneo sono stati considerati i soli cittadini italiani provenienti da lauree di secondo livello (magistrali biennali, magistrali a ciclo unico, nonché Scienze della Formazione primaria). Sono stati contattati 1.522 laureati, con un tasso di risposta del 51% e i risultati sono stati riproporzionati mediante un processo di stima di pesi di raddrizzamento di ciascun individuo rispondente. Tali pesi sono stati calcolati tenendo conto di variabili opportunamente scelte quali genere, area disciplinare e area geografica dell’ateneo, in modo da cogliere la diversa composizione e natura del collettivo, come ampiamente descritto in tutta la documentazione AlmaLaurea.

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Fig. 1 – Motivo principale del trasferimento all’estero a cinque anni

 

L’indagine ha indagato i tempi del trasferimento, le motivazioni principali che hanno spinto i nostri laureati a lasciare l’Italia, l’adattamento all’attuale paese di lavoro, gli ostacoli e le difficoltà riscontrate nelle fasi iniziali del trasferimento, il livello di preparazione professionale e formativa rispetto ai colleghi stranieri, per giungere ad una valutazione sulla possibilità di rientrare in Italia e di ripetere o meno l’esperienza estera.

La quota di chi è attualmente occupato all’estero raggiunge il 5,3% tra i laureati del 2008 a 5 anni (si tratta, come detto, di poco più di 1.500 individui), in lieve aumento rispetto all’indagine svolta nell’anno precedente, quando la medesima quota raggiungeva il 5% e tendenzialmente in crescita rispetto alla medesima coorte di laureati intervistati ad uno e a tre anni dal conseguimento del titolo (quasi 3% e 4%, rispettivamente). Ciò denota la scarsa attrattività del mercato del lavoro nazionale, tale da indurre alla “fuga” di un numero sempre maggiore di laureati. Ma si può ancora parlare di “fuga di cervelli”?

 

  1. Primi risultati

Esiste una stretta relazione tra l’incremento delle difficoltà nel mercato del lavoro italiano e le crescenti opportunità di lavorare all’estero. Ciò è dimostrato dai risultati emersi dall’indagine, la mancanza di opportunità di lavoro in Italia (38%) è la motivazione principale ad aver spinto i laureati a trasferirsi all’estero (Fig. 1). Si tratta dei laureati dell’area umanistica, seguiti dall’area economico-sociale e scientifica (48, 46, 40,5%, rispettivamente) a dichiarare una completa mancanza di opportunità di lavoro in Italia e conseguenza del loro trasferimento. In termini di area geografica è il Sud a risentire in misura maggiore di questa fuga verso l’estero (63% contro il 34% del Nord).

Ma non solo, perché anche l’aver ricevuto un’offerta interessante da un’azienda, ente o università esteri (nel 24% dei casi) ha contribuito all’allontanamento dal nostro paese di una parte di laureati, per di più molto preparata. Gli stessi intervistati hanno dichiarato di aver accettato questa offerta di lavoro all’estero soprattutto per seguire retribuzioni più elevate, prospettive di carriera meglio garantite e competenze meglio valorizzate. Questa scelta coinvolge principalmente le aree tecniche, in particolare l’area architettura e ingegneria (27%) e l’area scientifica (29%).

È in Europa che la quasi totalità degli intervistati ha trovato occupazione (82%). Regno Unito, Francia, Germania e Svizzera i paesi europei più attraenti per motivi di lavoro, seguono paesi come Belgio, Spagna, Lussemburgo, Svezia, Olanda, Irlanda con quote più contenute.

I dati dimostrano inoltre quanto il sistema universitario italiano sia ancora estremamente competitivo e capace di produrre un capitale umano, quello dei laureati, di qualità. Lo conferma il fatto che quasi la metà dei laureati italiani all’estero ritiene di possedere competenze formative e/o professionali più elevate dei colleghi stranieri. Oltre il 70% di coloro che ritengono di possedere questa maggiore preparazione ha infatti svolto almeno un’attività di formazione post-laurea (tirocinio, dottorato, master, ecc.). Il restante 49% ritiene invece di possedere una preparazione pressoché equivalente ai propri colleghi stranieri, mentre solo una quota residuale (4,5%) si ritiene meno preparato.

In quale tipo di azienda sono inseriti i laureati italiani all’estero è un’altra utile informazione a delineare la loro maggior valorizzazione. Risultano per lo più inseriti in aziende estere (34%), ma anche in multinazionali (30%) e in università o centri di ricerca esteri (24%). Solamente il 7% lavora per un’organizzazione internazionale (Unione Europea, Nazioni Unite, ecc.) o un altro ente che svolge la propria attività nell’ambito della cooperazione internazionale (Onlus, ONG, ecc.), mentre il restante 4% lavora per un’azienda italiana con sede estera.

Ma quanti ripeterebbero la scelta di trasferirsi all’estero (Fig. 2) e qual è la prospettiva di rientro nei prossimi cinque anni (Fig. 3)?

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Fig. 2 – Valutazione della scelta di trasferirsi all’estero a cinque anni

 

 

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Fig. 3 – Prospettiva di rientro in Italia a cinque anni

 

Oltre l’80% degli intervistati si dichiara pienamente soddisfatto della propria scelta, tanto che quasi due terzi ritengono improbabile o poco probabile il proprio rientro in Italia. L’incertezza del mercato del lavoro nazionale si riversa anche su una quota consistente (18,5%) di chi è invece indeciso sul proprio rientro futuro.

 

  1. Modelli statistici

Nell’impianto della ricerca sono state individuate tre variabili di “outcome” della scelta di andare a lavorare all’estero: guadagno mensile netto, soddisfazione complessiva per il lavoro svolto e utilizzo delle competenze nel proprio lavoro.

Sia un’analisi descrittiva, sia un’analisi di modellazione delle relazioni, hanno messo in evidenza effetti positivi della scelta di lavorare all’estero su tutti gli “outcomes” usati. L’effetto maggiore è però evidente che venga riscontrato e per il guadagno mensile netto. Ed è appunto sul guadagno che si concentra il presente articolo.

All’estero i laureati italiani guadagnano di più: senza tenere conto del coeteris paribus si osserva che l’intera distribuzione del guadagno mensile netto è diversa tra Italia ed estero sia in media che in varianza. Si dimostra infatti che in Italia il guadagno mensile netto è decisamente inferiore a quello percepito all’estero (1.304 contro 2.225 euro), luogo in cui cresce sensibilmente la variabilità.

In termini reali[2], il guadagno mensile netto in Italia continua ad essere sensibilmente inferiore a quello degli altri Paesi (Fig. 4).

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Fig. 4 – Box plot – Guadagno mensile netto per Paese, in termini reali (valori medi, in euro)

 

In aggiunta si scopre che il premio ricevuto in altri paesi è strettamente legato al costo della vita di ciascuno (ad es. Germania e Svizzera differiscono sensibilmente, il primo vede un premio maggiore in virtù del fatto che è più contenuto il costo della vita, al contrario il premio ricevuto in Svizzera, sebbene i guadagni siano tra i più elevati rispetto agli altri paesi, non è poi così elevato).

L’analisi ha anche tentato il trattamento del problema dell’autoselezione nella scelta di trasferirsi all’estero e per questo si è adottato un approccio classico dell’inferenza causale, quello che fa capo a Rosenbaum and Rubin, che parte dall’idea di stimare “la realtà controfattuale” mediante l’inclusione di covariate semanticamente rappresentative della storia di vita dei laureati, a partire da informazioni demografiche e di background familiare, dal diploma conseguito alle esperienze universitarie fino alle caratteristiche del lavoro svolto.

Usando un recente approccio multivariato al tema della definizione dei cosiddetti “gruppi equivalenti” in cui, verificato il bilanciamento delle covariate si possa procedere alla misura e alla valutazione dell’impatto di un trattamento o del suo contrario [D’Attoma and Camillo, 2011], sono stati individuati 11 gruppi equivalenti di laureati: in ciascun gruppo ogni individuo è probabilisticamente equivalente e quindi comparabile tra trattato – chi lavora all’estero –  e non trattato – chi è rimasto in Italia a lavorare. Di conseguenza la differenza tra trattati e non trattati è dovuta evidentemente al trattamento[3] (lavorare all’estero).

Ciascun gruppo racconta una storia di vita dell’individuo, vi sono gruppi che ricevono un premio maggiore, in termini di guadagno mensile netto, ed altri minore, ma ciò che si evidenzia con forza è che in ognuno di essi il guadagno mensile netto è costantemente maggiore tra chi è occupato all’estero (Fig. 5).

 

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Fig. 5 – Delta del guadagno mensile netto per gruppi equivalenti, in termini reali (valori medi, in euro) e coefficiente ATE (average treatment effect) (valore percentuale)

 

Un’altra evidenza interessante che scaturisce dall’analisi dei profili individuati è che chi si dirige all’estero non è solo chi ha ottenuto voti di laurea maggiori nel corso dei propri studi o chi è caratterizzato da un background familiare favorito, ma oggi lo spostamento riguarda una parte sempre maggiore di laureati con alle spalle una carriera universitaria più modesta o che proviene dalla classe sociale media e con genitori non necessariamente laureati. Si può quindi parlare ancora di fuga di cervelli?

 

  1. Conclusioni

L’ipotesi iniziale sembra essere confermata: il guadagno mensile netto all’estero è maggiore sia in termini nominali che in termini reali e la variabilità che esiste all’estero è altrettanto elevata. Ciò spiega in parte l’incremento della quota di chi negli ultimi anni si è trasferito all’estero per motivi di lavoro, ma non bisogna dimenticare che il collettivo considerato ha risentito del periodo della crisi economica che ha coinvolto il nostro Paese a partire dal 2008.

Inoltre si è osservato che non si tratta più di soli “cervelli” che emigrano per lavorare, ma in generale si tratta di laureati caratterizzati anche da performance di studio più modeste. Ed è proprio per questo che forse non si può più parlare di vera e propria fuga di cervelli.

Queste evidenze ci suggeriscono che probabilmente molto di più dovrebbe essere fatto per incentivare le aziende in Italia a valorizzare i laureati italiani, in termini di coerenza con gli studi fatti, responsabilizzazione ma anche e soprattutto in termini monetari. Si è osservato infatti che la soddisfazione per il lavoro è molto elevata all’estero: negli 11 cluster, chi si è spostato non per ragioni prettamente monetarie si ritiene molto più soddisfatto per la stabilità, la coerenza con gli studi fatti e soprattutto l’adattamento all’ambiente culturale e sociali che li circonda all’estero. Si tratta soprattutto di laureati provenienti da classi sociali medie con alle spalle esperienze di studio all’estero.

Ma se cercare di far rientrare in Italia i laureati italiani emigrati per lavoro può essere una delle azioni da intraprendere, la seconda azione sarebbe cercare di incentivare sempre più studenti stranieri preparati e motivati a venire in Italia per studiare e lavorare. Creare quindi un mercato globale in cui incentivare la circolazione di capitale umano sia in entrata che in uscita dal nostro Paese, a partire dal rientro dei nostri laureati e dal rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro ai laureati stranieri. E tutto questo perché l’orizzonte geografico della vita dei nostri giovani è ormai il mondo intero e proprio loro sembrano incredibilmente coscienti di questa evidenza.

[1]AlmaLaurea (a cura di). (2016). XVIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati. Disponibile su www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione14.

 

[2] Considera il costo della vita e gli affitti di ciascun Paese con riferimento New York = 100 (Numbeo indicators, OECD data).

[3] Il modello ha restituito un ATE (average treatment effect) del 54,8% senza l’introduzione del coefficiente sul costo della vita, sale al 58,6% se si considera il guadagno mensile netto in termini reali.

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1 Comment on "I laureati che lavorano all’estero"

  1. Laura Antonucci | 09/06/2016 at 7:12 | Rispondi

    In affetti i nostri laureati spesso ricevono compensi inadeguati alla loro competenze!

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