Il negazionismo economico e la politica basata sull’evidenza: un’analisi critica

Guglielmo Forges Davanzati

Università del Salento – Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo.

 

Il rapporto fra scienza e politica è da sempre problematico, ma sempre più lo sta diventando in un periodo dominato dalle fake news, dalla ridondanza di informazioni (per effetto soprattutto dell’esponenziale aumento di uso di social network) e, per conseguenza, dalla crescente domanda, da parte dell’opinione pubblica, di certezze scientifiche e dell’opinione degli esperti.

In Economia, il dibattito è attualmente dominato dal c.d. contro-negazionismo economico, termine coniato da due studiosi francesi – Pierre Cahuc e André Zylbrerger – nel loro ultimo libro (“Contro il negazionismo economico”), un vero e proprio best seller. La tesi di fondo è che la conoscenza economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili e ciò nonostante questi progressi sono spesso ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici. L’implicazione di policy è ovvia: esiste (e non può esistere altro) una Politica basata sull’evidenza. Tutto ciò che non rinvia a questa è negazionismo: un insieme di credenze e di pregiudizi che ignora l’evidenza empirica – quest’ultima, appunto, assunta essere oggettiva.  

E’ evidente il presupposto dal quale gli autori partono. L’Economia è una scienza esatta, esiste un’unica ‘verità in Economia alla quale si arriva mediante un processo di continua e progressiva eliminazione di errori, l’Economia è una scienza sperimentale il cui statuto metodologico è (o deve tendere a) quello delle scienze della natura.

Non è una tesi nuova e le obiezioni rivolte a questo modo di concepire l’Economia sono state e sono molteplici. Già nel 1900, Maffeo Pantaleoni, economista italiano di orientamento liberista, ebbe a dichiarare “In Economia esistono due scuole di pensiero: chi la conosce e chi non la conosce”. Non è questa la sede per richiamare i tanti argomenti contrari a questa posizione: è sufficiente rilevare che

  1. in Economia, a differenza delle scienze della natura, è impossibile replicare un esperimento.
  2. Nelle scienze sociali, Economia inclusa, la scelta delle variabili esogene non è affatto neutra, risentendo della “visione pre-analitica” – mutuando la definizione da Schumpeter – del ricercatore. Ci si riferisce al problema dell’individuazione della variabile che “causa” variazioni di un’altra variabile. Se, ad esempio, la teoria nella quale mi riconosco suggerisce che un alto debito pubblico “causa” recessione, la variabile esogena è il debito e la variabile endogena è il tasso di crescita. E posso trovare una correlazione, che non necessariamente è una causazione. Se, per contro, la teoria nella quale mi riconosco suggerisce che è la bassa crescita a causare alto debito, l’operazione statistica implicherà la correlazione inversa alla precedente. E’ interessante osservare che, sotto date condizioni, entrambe le conclusioni possono essere “vere”, e che ciò accade perché alcune variabili sono state omesse (p.e., un debito elevato o in aumento può essere determinato da alti tassi di interesse reali sui titoli di Stato, che non derivano né da elevata spesa pubblica né da bassa crescita, ma, p.e., da condizioni deflazionistiche). In sostanza, l’Economia – più di altre discipline, se non altro perché intrinsecamente politica – sembra subìre maggiormente il problema dei missing data.
  3. Il problema dei missing data, peraltro, è talvolta consapevolmente introdotto nell’analisi. Un caso di scuola, a riguardo, fa riferimento a un paper di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, pubblicato nel 2010 sulla prestigiosissima American Economic Review, nel quale si provava a dimostrare che l’aumento del debito pubblico, oltre un certo valore, avrebbe prodotto esiti recessivi. Un paper che ha fornito legittimazione ‘scientifica’ alle misure di austerità.  Il risultato è stato smentito: gli autorevoli autori avevano selezionato il solo gruppo di Paesi nei quali questo effetto si era generato e l’autorevole rivista ha rifiutato di pubblicare lo studio che ne individuava errori e omissioni.
  4. E’ difficile negare che, in Economia, considerata la rilevanza politica della disciplina, esista una domanda politica di idee economiche, soprattutto in contesti nei quali la ricerca è finanziata da Istituzioni private.

La teoria qui discussa si imbatte poi in conseguenze per certi aspetti paradossali o contradditorie.

1) La ‘teoria’ del contro-negazionismo economico prova a far credere che, nella disciplina, esistono orientamenti diversi (“è semplicemente falso che in economia vi sia un’unica visione dominante”, viene detto) e, al tempo stesso, pone un punto fermo laddove fonda l’analisi economica su un’evidenza empirica considerata non disputabile. Da qui, delle due l’una: o è vera la prima affermazione (gli economisti hanno opinioni diverse) o è vera la seconda (l’evidenza empirica è conclusiva e non ammette opinioni discordanti). In altri termini, se è l’evidenza fattuale – assunta oggettiva – a stabilire qual è la correlazione fra variabili economiche, non vi è motivo per metterla in discussione e, per conseguenza, l’esistenza di un “pensiero unico” (la cui esistenza viene negata) ne costituisce, per contro, la conseguenza logica. Di più: sostenere la teoria del contro-negazionismo economico porta semmai a rafforzare la convinzione che non solo già esiste un pensiero unico, ma che occorra renderlo ancora più egemone. L’idea che in Economia esistano punti di vista diversi e che, al tempo stesso, l’Economia è basata su un’unica evidenza non discutibile è dunque una proposizione che si nega da sola.

Occorre osservare che la teoria alla quale si fa riferimento è la teoria dominante, nelle sue diverse declinazioni, basata sull’assunto della razionalità, della perfetta informazione, dell’individualismo metodologico, della capacità di mercati deregolamentati di raggiungere spontaneamente posizioni di equilibrio (in particolare, equilibrio di pieno impiego nel mercato del lavoro). Occorre aggiungere che il pluralismo al quale si fa riferimento non attiene al riconoscimento di teorie economiche radicalmente alternative (marxismo, keynesismo), ma all’ammissione che il paradigma dominante può incorporare ‘scostamenti’ rispetto al suo schema-base, p.e. sotto forma di frizioni o attriti che impediscono – almeno temporaneamente – il raggiungimento di condizioni di equilibrio e di esiti di massima efficienza.

2) Ciò che preoccupa i contro-negazionisti è che l’opinione pubblica sia “vittima di credenze”, che derivano dalle “false certezze” delle “ricette populiste”. E’ compito dell’economista far valere la sua “autorità scientifica”, contrastando i danni che si possono produrre “in nome del pluralismo economico”. L’autorità scientifica dell’economista la si valuta dalle sue “credenziali”. Quali siano queste credenziali non è dato sapere, ma si può congetturare che siano riferite alla quantità di pubblicazioni su riviste accademiche considerate top. Lasciamo da parte il problema di come e su quali parametri queste riviste vengono considerate prestigiose e procediamo con questa considerazione. Se l’Economia è basata sull’evidenza, la politica economica è anch’essa basata sull’evidenza e se la politica economica è basata sull’evidenza non ha alcun senso il dibattito di politica economica. Da ciò dovrebbe logicamente discendere che gli unici governi ammissibili sono governi formati da soli tecnici, gli unici legittimati a gestire la politica economica sulla base dell’evidenza. Il passaggio alla riduzione degli spazi democratici è molto breve.  

3) E’ implicita nella tesi contro-negazionista l’idea che l’economista non abbia un proprio orientamento ideologico e neppure politico. E’, cioè, un tecnico puro, la cui unica funzione consiste nel raccogliere dati, metterli in relazione (avvalendosi delle tecniche di analisi statistica più avanzate) e derivarne prescrizioni di politica economica. Il punto qui in discussione è se l’evidenza empirica sia realmente oggettiva. La risposta non può che essere negativa. Ogni esercizio statistico presuppone l’individuazione di variabili che il ricercatore soggettivamente considera rilevanti. La rilevanza soggettiva di una variabile rispetto a un’altra non può che risentire della sua “visione pre-analitica” e, dunque, delle sue convinzioni in senso lato politiche. Ovviamente, esiste anche una domanda politica di idee economiche ed ‘effetti di cattura’, soprattutto laddove la ricerca è finanziata da Istituzioni private, per ottenere risultati che diano legittimazione scientifica ai loro interessi. Tutto legittimo, ma nulla a che vedere con la libertà di ricerca e tantomeno con la verità in Economia.  

La teoria del negazionismo economico ripropone il programma della Politica Basata sull’Evidenza (Evidence based policy) lanciato nel 1997 dal New Labour di Tony Blair, cerca di avvalorare la dicotomia fra ‘scientismo’ e ‘antiscientismo’ e, per quanto attiene alle politiche economiche, ripropone di fatto il thatcheriano “non c’è alternativa” (There is no alternative).  

La teoria del contro-negazionismo economico può essere letta come l’estremo tentativo di difesa delle teorie dominanti, proprio nel momento nel quale risulta palese il loro fallimento sul piano dell’analisi economica, della politica economica e delle loro capacità previsionali, secondo una logica intrinsecamente illiberale. Che è una tipica strategia difensiva: quanto più una teoria è in crisi, tanto più prova a legittimarsi silenziando gli oppositori.

Vi è di più. La teoria del negazionismo economico può essere letta come il tentativo, da parte delle èlites, di mettere a tacere teorie economiche che pongono in discussione l’attuale assetto istituzionale, basato su quello che è stato definito attacco globale al lavoro. Anche qui nulla di nuovo. Uno dei massimi esponenti della “scuola austriaca”, Ludwig von Mises, scrisse con estrema chiarezza a riguardo:

 

“Se è l’interesse di classe a determinare il pensiero, allora oggi la borghesia ha bisogno di una teoria che esprima la realtà senza contaminazioni da false idee. Fino all’apparizione di Marx, la borghesia ha beneficiato di un’ideologia, vale a dire del sistema degli economisti classici e volgari. Ma quando, con la pubblicazione del primo volume del Capitale (1867), il proletariato ha avuto una dottrina corrispondente alla propria collocazione sociale, la borghesia ha cambiato tattica … La borghesia aveva bisogno di una teoria che, guardando spassionatamente al vero stato delle cose e affrancata da ogni coloritura ideologica, le offrisse la possibilità di avere sempre a sua disposizione i mezzi più idonei per la grande e decisiva lotta di classe” (L. von Mises, Problemi epistemologici dell’economia, 1933).

 

Il rilievo della teoria del negazionismo economico, in questa fase storica, la si può mettere in relazione con il successo elettorale, in Europa e non solo, di partiti e movimenti politici con programmi economici potenzialmente destabilizzanti

 

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