I confini allargati della cooperazione italiana

Carlo Borzaga[2], Manlio Calzaroni[3], Chiara Carini[4], Massimo Lori[5]

 

La normativa italiana consente alle cooperative di aggregarsi sia nella forma di consorzio che mediante il controllo di imprese di capitali. Le statistiche ufficiali colgono tuttavia solo parzialmente i confini allargati del settore cooperativo. Se i consorzi tra cooperative, che assumono solitamente la forma giuridica cooperativa, sono infatti considerati dalle statistiche sulle cooperative, le società controllate, costituite principalmente in forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata, non sono incluse in tale universo.

 

In letteratura non esiste una definizione condivisa di gruppo d’impresa. Tuttavia, le indicazioni fornite da Eurostat su cosa debba intendersi dal punto di vista statistico con questo concetto sono piuttosto chiare: “an association of enterprises bound together by legal and/or financial links. A group of enterprises can have more than one decision-making centre, especially for policy on production, sales and profits. It may centralise certain aspects of financial management and taxation. It constitutes an economic entity which is empowered to make choices, particularly concerning the unit it comprises” (Regolamento Europeo n° 696/93). Sul piano operativo, si individua a fini statistici un gruppo d’impresa quando si presenta almeno una delle seguenti condizioni:

  • un soggetto giuridico controlla direttamente, attraverso il possesso del 50% più uno dei diritti di voto, una società di capitali;
  • un soggetto giuridico controlla indirettamente, tramite altre società controllate, una terza società di capitali;
  • una società consolida integralmente il bilancio di un’altra società di capitali, anche se possiede una quota inferiore al 50% dei diritti di voto;
  • più soggetti giuridici dichiarano alla competente autorità di vigilanza di controllare, in accordo tra loro, una società quotata sul mercato regolamentato di un Paese Membro.

 

Incrociando quindi i dati presenti negli archivi Istat (Archivio Statistico delle Imprese (ASIA), il Registro dei gruppi d’impresa e la banca dati Frame SBS) e circoscrivendo l’analisi ai gruppi in cui una singola cooperativa controlla direttamente, attraverso il possesso del 50% più uno dei diritti di voto[6] è stato possibile identificate, al 2015, 812 gruppi d’impresa con al vertice una cooperativa controllante che comprendevano, oltre alle cooperative controllanti, anche 1.971 società di capitali.

Questi dati portano quindi le dimensioni economica e occupazionale del settore cooperativo rispettivamente a 31,3 miliardi di euro di valore aggiunto e 1,2 milioni di addetti con un aumento, rispetto ai dati delle sole cooperative, del 9,3% in termini di valore aggiunto e del 6% circa rispetto ad addetti.

La cooperazione nei suoi confini allargati rappresenta quindi il 4,0% del valore aggiunto e il 7,0% degli addetti del totale imprese attive nel 2015.

La complessità della struttura dei gruppi è testimoniata dal fatto che solo il 35,9% dei gruppi d’impresa con al vertice una cooperativa tende ad essere uni-settoriale, ossia con tutte le unità economiche del gruppo attive in un solo settore della classificazione Ateco, quota che è superiore di oltre 4 punti percentuali a quella che si osserva nei gruppi d’impresa con al vertice un’impresa non cooperativa.

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, la quasi totalità delle cooperative isolate opera in una sola regione (99,6%), tra i gruppi d’impresa a guida cooperativa tale quota scende all’84,7%, mentre è leggermente superiore tra i gruppi controllati da un’impresa.

I dati mostrano quindi che l’aggregazione tra cooperative è una pratica diffusa in Italia ed è generalmente finalizzata allo svolgimento di attività che, o individualmente o nella forma giuridica della cooperativa, la singola cooperativa non riuscirebbe a intraprendere del tutto o in modo efficiente. Essa trova dunque la sua maggiore utilità nel favorire la crescita dimensionale delle cooperative attraverso lo sfruttamento di specifiche economie di scala.

 

 

[1] Estratto dal rapporto Istat (2019), Struttura e perfomance delle cooperative italiane, https://www.istat.it/it/archivio/225889. Il rapporto è stato realizzato nell’ambito della convenzione di ricerca “Dimensioni, evoluzione e caratteristiche dell’economia sociale” stipulata tra l’Istituto nazionale di statistica (Istat) e l’European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises (Euricse).  Il contributo dei ricercatori Euricse si inserisce nelle attività di studio, rilevazione e analisi statistica in campo economico e sociale promosse da Euricse e rese possibili grazie al sostegno della Provincia autonoma di Trento.

[2] Università degli Studi di Trento ed Euricse.

[3] Esperto in statistica, già Direttore della Direzione centrale dei dati amministrativi e registri statistici dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat).

[4] Euricse.

[5] Istat.

[6] L’analisi considera esclusivamente le imprese attive almeno sei mesi nel corso dell’anno e che non operano nei seguenti settori di attività economica: agricoltura, silvicoltura e pesca (sezione A della classificazione Nace Rev.2); amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria (sezione O); attività di organizzazioni associative (divisione 94); attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico; produzione di beni e servizi indifferenziati per uso proprio da parte di famiglie e convivenze (sezione T); organizzazioni ed organismi extraterritoriali (sezione U). Pertanto, oltre alla limitazione del campo d’osservazione rispetto al settore di attività delle imprese controllate, sono esclusi dalla presente analisi i gruppi con controllo congiunto da parte di più cooperative e quelli con a capo una o più BCC.

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