Il Giuramento Digitale: una prospettiva antropologica dell’AI

Nell’ambito dei seminari online che l’Associazione Italiana per gli Studi sulla Qualità della Vita (AIQUAV) ha organizzato sul tema “È possibile un progresso senza persone? La qualità della vita tra Homo Sapiens e Homo Digitalis” (tema che ha caratterizzato anche il recente convegno annuale AIQUAV), recentemente si è tenuto il seminario dal titolo “Una prospettiva antropologica nell’era dell’intelligenza artificiale: il giuramento digitale”.

Sono rimasta folgorata da una domanda che il relatore Francesco Patrone (Università di Perugia e Istituto Universitario Sophia) ha posto con semplicità disarmante: “Non dobbiamo chiederci cosa faranno le macchine, ma cosa faranno le macchine di noi”.

Patrone ci ha accompagnato in un viaggio affascinante attraverso quella che lui stesso ha chiamato la “soglia antropologica”. Non è il confine tra uomo e macchina, ci ha avvertiti, ma una linea che corre dentro ciascuno di noi. È il punto in cui rischiamo di confondere la vita con la sua rappresentazione, la relazione con l’interazione, la libertà con l’automatismo, la voce con l’eco. In questa zona intermedia, dove ciò che è vivo e ciò che è programmato si somigliano pericolosamente, nasce la domanda fondamentale del nostro tempo: l’umano saprà riscoprire se stesso?

Come statistici siamo abituati a tradurre la realtà in numeri, a cercare regolarità, a costruire modelli. Ma Patrone ci mette in guardia: quando la tecnica entra nel dominio del significato, quando non si limita a potenziare i nostri muscoli ma estende le nostre funzioni cognitive, allora la posta in gioco cambia radicalmente.

La promessa come antidoto

La proposta che Patrone ha lanciato è insieme antica e nuovissima: il giuramento. Non come atto formale o rituale nostalgico, ma come “gesto di libertà nella complessità”. Un modo per restare presenti di fronte e dentro a ciò che cambia continuamente.

“Promettere”, ha detto Patrone, “significa riconoscere che il sapere non basta, se non sa custodire quello che il sapere stesso genera”. Ecco allora i sette principi che ha delineato: dignità, relazione, giudizio, responsabilità, cura, trasparenza, speranza. Non un catalogo di divieti, ma una bussola per orientare l’innovazione.

Noi che lavoriamo con i dati, costruiamo indicatori, valutiamo politiche, misuriamo il benessere, siamo chiamati sempre più spesso a collaborare con sistemi di intelligenza artificiale, a sviluppare algoritmi, a produrre evidenze che orientano decisioni pubbliche e private. Ogni volta che chiediamo a un sistema di rispondere al posto nostro, compiamo un atto di giudizio. E ogni giudizio porta con sé una responsabilità.

La crisi aperta dall’intelligenza artificiale, nella lettura di Patrone, è innanzitutto una crisi di criterio. La difficoltà di discernere tra ciò che semplifica la vita e ciò che rischia di svuotarla. Per questo la risposta non può essere solo tecnica: deve essere etica, nel senso più concreto e pratico del termine

Dalla norma alla coscienza

Patrone ha offerto una lettura lucida dei limiti degli attuali strumenti di governance: la lentezza del diritto, la debolezza trasformativa dei codici etici, la gabbia procedurale degli standard tecnici. Tutti intervengono sul piano esterno dell’azione, ma non raggiungono il punto in cui la responsabilità nasce realmente: la coscienza di chi decide.

Il giuramento, invece, opera attraverso la responsabilità personale. Non prescrive dall’esterno, chiama a rispondere dall’interno. È un impegno pubblico che vincola l’intenzionalità e orienta il modo di agire. Per questo, ha spiegato Patrone, non vuole sostituire la legge, ma integrarla sul piano formativo.

Una domanda non mi dà pace: siamo pronti, come comunità scientifica, a interrogarci su questa dimensione? I nostri corsi universitari insegnano solo tecniche o anche consapevolezza? I nostri codici deontologici parlano solo di correttezza metodologica o anche di responsabilità verso le nostre comunità e verso quelle future?

La recente legge sulla Valutazione di Impatto Generazionale ci chiede di misurare l’equità delle politiche pubbliche in una prospettiva di lungo periodo. Ma come possiamo farlo senza interrogarci sul tipo di società che stiamo contribuendo a costruire con i nostri numeri, con i nostri modelli, con le nostre valutazioni?

Forse è arrivato il momento di raccogliere la provocazione di Francesco Patrone e di immaginare anche per la nostra professione una forma di giuramento. Non per nostalgia, ma per futuro. Perché, come ci ha ricordato Patrone, “non tutto ciò che è possibile è opportuno, e il criterio dell’agire non è mai la rapidità del risultato, ma la qualità della relazione con il mondo e con gli altri”.

In fondo, la statistica (soprattutto la statistica sociale) deve dare voce a chi non ce l’ha, rendere visibile l’invisibile, contribuire a un mondo più giusto. In un’epoca di trasformazioni radicali, forse è tempo di riscoprire questa vocazione. Con rigore, sì. Ma anche con anima.

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Filomena Maggino
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