Vittorio Bachelet: una lezione di democrazia sempre attuale

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«Il coraggio più autentico è quello mite, paziente, rigoroso di chi costruisce anziché distruggere». Queste parole in ricordo di Vittorio Bachelet, scritte da  Pierpaolo D’Urso, statistico e Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione alla Sapienza, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (link), mi hanno stimolato a scrivere questa breve riflessione.

Nel centenario della nascita di Vittorio Bachelet (1926-2026), la comunità accademica è chiamata a celebrarne la memoria non come semplice commemorazione storica, ma come interrogativo vivo sul presente. Giurista raffinato, docente alla Sapienza, intellettuale esemplare, Bachelet seppe coniugare rigore scientifico, responsabilità istituzionale e profonda umanità. La sua uccisione mafiosa, il 12 febbraio 1980 all’ingresso della Facoltà di Scienze Politiche, ferì mortalmente l’Università italiana e pose una domanda ineludibile e sempre attuale: come proteggere la democrazia dall’odio che la nega?​

Il Presidente Sergio Mattarella lo ha definito “uomo del dialogo”, per il quale il confronto non era tattica politica ma essenza della democrazia stessa. In anni di piombo segnati da estremismi, Bachelet scelse la via della mediazione, della misura, della ricerca ostinata di soluzioni condivise. Fu proprio questa fermezza nei principi unita all’apertura all’altro a renderlo bersaglio del terrorismo: colpire Bachelet significava recidere il legame vitale tra sapere critico e istituzioni democratiche.​

Oggi quell’eredità risuona con forza straordinaria. Le democrazie occidentali mostrano crepe profonde: sfiducia crescente nelle istituzioni, polarizzazione del dibattito pubblico, erosione della partecipazione. Come statistico sociale, constato fenomeni e dati preoccupanti: astensionismo record, frammentazione del consenso, sfiducia istituzionale. Si tratta di allarmi “rossi” per il nostro modello democratico. Nelle elezioni regionali del 2025, abbiamo assistito a un nuovo crollo diffuso dell’affluenza alle urne con, in media, circa solo 4 elettori su 10 che si sono recati ai seggi elettorali nelle sei regioni al voto, con un calo del 12,5% rispetto alle precedenti e oltre 2,2 milioni di elettori in meno. L’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” rivela un trend stabile di fiducia sotto la sufficienza per le istituzioni democratiche: oltre il 20% dei cittadini resta completamente sfiduciato verso partiti e altre istituzioni.

In questo contesto inquieto, Bachelet offre un faro. La democrazia non abita solo nelle carte costituzionali, ma nei gesti quotidiani: nella sobrietà del linguaggio pubblico, nella capacità di ascolto autentico, nella fedeltà al dovere anche quando costa. All’Università chiede di riaffermare la propria missione originaria: essere spazio di libertà, laboratorio di confronto, officina di responsabilità civica.

Ricordarlo oggi significa tradurre la memoria in impegno concreto. Trasformare la sua testimonianza in prassi educativa per le nuove generazioni. In un’epoca di semplificazioni, Bachelet ci indica la via del coraggio mite: competenza al servizio del bene comune, dialogo come metodo, democrazia come costruzione paziente e quotidiana.

Ricordare Bachelet significa dunque assumere un impegno: trasformare la memoria in pratica, la testimonianza in orientamento per le nuove generazioni. In un tempo inquieto, la sua voce continua a indicarci una via: quella del coraggio mite, della competenza al servizio delle istituzioni, della democrazia come costruzione quotidiana. È un’eredità che la nostra comunità accademica ha il dovere di custodire e rinnovare.

La comunità accademica ha il dovere di custodire questa eredità. Non come reliquia del passato, ma come bussola per il futuro.

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