In un contesto segnato da crisi climatica, disuguaglianze crescenti e trasformazioni economiche accelerate, le buone pratiche territoriali rappresentano uno dei luoghi più concreti in cui osservare la capacità del Paese di reagire, innovare e costruire futuro. Sono i territori – più delle dichiarazioni programmatiche – il vero banco di prova dello sviluppo sostenibile. È lì che gli Obiettivi dell’Agenda 2030 si misurano con la realtà quotidiana, diventando politiche, servizi, sperimentazioni.
La raccolta Le buone pratiche dei territori 2025/2026, elaborata dall’ASviS, documenta 216 esperienze selezionate, in forte crescita rispetto alle 125 dell’edizione precedente. È un patrimonio che racconta un’Italia spesso invisibile, ma capace di produrre innovazione sociale, ambientale e istituzionale. Dall’adattamento climatico alla rigenerazione urbana, dall’educazione alla sostenibilità all’inclusione, emerge una pluralità di approcci che conferma come la sostenibilità non sia un concetto astratto, ma una pratica radicata.
Per chi si occupa di statistica sociale e ambientale, questo materiale dialoga direttamente con il lavoro delle istituzioni che producono dati ufficiali.
ISPRA, attraverso il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, fornisce indicatori fondamentali per comprendere la vulnerabilità dei territori: consumo di suolo, qualità delle acque, rischio idrogeologico, stato delle coste. Il recente rapporto sul degrado costiero mostra che oltre il 46% delle spiagge italiane è interessato da fenomeni di erosione, con punte critiche in diverse regioni adriatiche e tirreniche. Allo stesso modo, le statistiche sul consumo di suolo evidenziano una perdita continua di superfici naturali, con impatti diretti sulla capacità dei territori di assorbire gli effetti del cambiamento climatico.
Questi dati non sono semplici misurazioni: costituiscono la base conoscitiva che permette di valutare l’efficacia delle buone pratiche. Molti dei progetti raccolti dall’ASviS – dalla gestione sostenibile delle risorse idriche alle iniziative di rinaturalizzazione, dai piani di adattamento locale alle strategie di economia circolare – nascono proprio come risposta a criticità documentate dalle statistiche ufficiali. In questo senso, la relazione tra evidenza statistica e innovazione territoriale è circolare: i dati orientano le politiche, le pratiche generano nuovi dati, e insieme contribuiscono a costruire capacità istituzionale.
Un elemento particolarmente significativo della raccolta ASviS è la qualità delle proposte: il 96% delle candidature ha superato i criteri di selezione. Molte iniziative hanno un orizzonte di medio-lungo periodo, coinvolgono giovani, valorizzano cultura e arti come leve di trasformazione. È un segnale di resilienza in un momento in cui i “venti contrari” allo sviluppo sostenibile – crisi geopolitiche, rallentamento economico, sfiducia istituzionale – rischiano di indebolire l’azione pubblica.
Per la comunità statistica, questo materiale rappresenta un’opportunità: leggere le buone pratiche attraverso la lente delle *statistiche ambientali e territoriali* significa comprenderne la portata sistemica, individuare fattori di successo, misurare impatti replicabili. Significa anche rafforzare il ruolo della statistica ufficiale come infrastruttura democratica, capace di connettere conoscenza, decisione e partecipazione.
In fondo, come ricorda il documento ASviS, è “nel minuscolo che si nasconde il gigantesco”. Le buone pratiche territoriali mostrano che la transizione ecologica non è solo un obiettivo macro, ma un mosaico di azioni locali che, se sostenute da dati solidi e da politiche coerenti, possono diventare motore di cambiamento per l’intero Paese.

