La partecipazione, la pratica e consumo culturale dei gruppi sociali in Italia

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Annalisa Cicerchia, Istituto Nazionale di Statistica

 

La partecipazione alle attività culturali è fortemente connessa con il livello di benessere delle famiglie, con il titolo di studio posseduto dalle persone e con le caratteristiche anagrafiche e riflette le condizioni di vantaggio o svantaggio sociale. Oltre che dall’accessibilità, fisica ed economica, di beni e di servizi, la pratica culturale è largamente condizionata dall’educazione e dalla consuetudine, che formano il gusto.

Per questo, le scelte degli individui nel campo della cultura possono collocarsi in un continuum ideale, fra un livello massimo e un livello minimo di competenze e conoscenze necessarie al loro apprezzamento e al loro godimento, dalla musica classica alla televisione generalista.

La teoria di Peterson[1] su onnivori e univori culturali specifica che, nelle società contemporanee, la distinzione fra attività culturali alte e basse (highbrow/lowbrow, o alta e di massa), un tempo retaggio esclusivo, rispettivamente, delle élite e delle classi popolari, tende a saltare, a favore di una diversa dicotomia. Da una parte, le élite, libere di accedere all’intera gamma di pratiche e consumi culturali, non disdegnano quelli un tempo considerati popolari, di massa, o volgari, spesso con una intensità maggiore degli esponenti dei gruppi di condizione sociale più bassa. Dall’altra parte, il permanere di barriere, ancorché invisibili, perché determinate dal gusto, dalle conoscenze e dalle competenze, limita o esclude l’accesso degli strati sociali inferiori alle pratiche culturali tradizionalmente riservate alle élite.

I dati italiani sulle nuove formazioni sociali presentati nel Rapporto Istat 2017[2] corroborano questa visione e documentano una convergenza fra le tendenze rilevate dai comportamenti e quelle della spesa per consumi finali. In merito a questo ultimo aspetto, va tuttavia specificato che, grazie alle opportunità, anche legali, di consumare gratuitamente un gran numero di prodotti culturali (dalla musica ai film, dalle opere d’arte ai musei, dagli spettacoli dal vivo alla narrativa, ecc.), la spesa delle famiglie per libri, spettacoli, luoghi d’arte, in quanto tale, non è una misura esauriente del consumo culturale. Tuttavia, la sua ripartizione e il suo rapporto con altri usi alternativi della disponibilità di reddito discrezionale possono essere considerati un indicatore delle preferenze espresse dai diversi gruppi sociali e dei loro gusti distintivi. Nel loro insieme, le famiglie italiane assegnano a ricreazione, cultura e tempo libero il 5,1% della loro spesa totale, (126,4 euro al mese). La parte di spesa destinata all’acquisto di beni e servizi culturali in senso stretto (libri, giornali, periodici e altro materiale a stampa; servizi culturali; articoli di cancelleria e materiali per il disegno) corrisponde all’1,6% della spesa totale (40,1 euro mensili). Livelli ben inferiori si rilevano presso le famiglie con stranieri (0,9%), di anziane sole e giovani disoccupati (1,1%), di operai in pensione (1,2%), e di giovani blue-collar (1,5%).

Dall’analisi delle percentuali di partecipazione e pratica culturale dei gruppi sociali italiani nel 2016 rispetto ai livelli pre-crisi del 2008, emerge una spiccata tendenza alla riduzione delle quote di partecipazione e pratica culturale per quelle attività e per quei gruppi che già esprimevano valori bassi e molto bassi.

 Persone di 6 anni e più per numero di attività culturali svolte negli ultimi 12 mesi (a) e gruppo sociale di appartenenza – Anni 2008 e 2016 (per 100 persone con le stesse caratteristiche)
GRUPPI SOCIALI Nessuna attività culturale 1-2
attività culturali
3 o più
attività culturali
2008 2016 2008 2016 2008 2016
Famiglie a basso reddito con stranieri 49,5 55,5 31,7 27,5 15,8 14,1
Famiglie a basso reddito di soli italiani 40,9 44,4 36,2 34,1 21,5 20,0
Famiglie tradizionali della provincia 33,6 42,3 38,5 33,3 25,8 23,4
Anziane sole e giovani disoccupati 50,8 49,6 28,6 29,5 18,1 19,5
Famiglie degli operai in pensione 44,3 51,3 37,1 33,8 17,3 14,1
Giovani blue-collar 33,8 35,9 38,7 37,8 26,5 25,8
Famiglie di impiegati 16,0 19,7 33,0 34,3 49,7 45,4
Pensioni d’argento 14,7 22,2 33,7 35,2 49,4 41,7
Classe dirigente 8,1 9,3 23,5 24,0 66,1 65,8
Totale 34,0 37,4 34,7 32,7 29,6 28,8
Fonte: Istat, Indagine Aspetti della vita quotidiana            
(a) Le attività culturali considerate sono: essersi recati almeno quattro volte al cinema; almeno una volta rispettivamente a teatro, musei e/o mostre, siti archeologici, monumenti, concerti di musica classica, opera, concerti di altra musica; aver letto un quotidiano almeno tre volte a settimana; aver letto almeno quattro libri.

 

Fra le attività culturali che descrivono disparità elevate fra i gruppi, spiccano la lettura di libri e di quotidiani, la musica classica e il teatro, che appaiono come quasi esclusive del gruppo della classe dirigente, di quello delle pensioni d’argento e delle famiglie di impiegati. La lettura, dei quotidiani, almeno una volta alla settimana, accomuna per quote prossime o superiori al 40% la maggior parte dei gruppi, mentre rimane isolato il gruppo delle famiglie tradizionali della provincia italiana e quelle a basso reddito, sia se composte da italiani, sia se con stranieri, presso le quali la percentuale degli attivi è, rispettivamente, del 37%, 31% e 29%.

Cinema e concerti di musica moderna sono le attività culturali più ‘popolari’, e riescono a catturare quote di partecipazione pari alla media nazionale anche tra le persone appartenenti a gruppi a minor benessere economico e con titoli di studio più bassi (famiglie a basso reddito di soli italiani e quelle tradizionali della provincia).

Di vera e propria esclusione culturale si può parlare a proposito delle famiglie a basso reddito con stranieri, delle famiglie degli operai in pensione, delle anziane sole e giovani disoccupati, gruppi presso i quali la percentuale di persone completamente inattive sotto il profilo culturale nel 2016 è, rispettivamente, del 55,5%, del 51,3% e del 49,6%.

La conoscenza approfondita delle caratteristiche, delle preferenze e dei comportamenti del pubblico della cultura, e, ancor di più, del grande insieme di chi non ne fa parte in alcun modo consentirebbe di offrire una base importante per le decisioni di policy del settore, con ricadute di rilievo per l’inclusione e la coesione e lo sviluppo del capitale sociale.

 

[1] Peterson, R. A. (1992). “Understanding audience segmentation: From elite and mass to omnivore and univore”. Poetics 21(4): 243-258.

 

[2] Per una descrizione dettagliata dei gruppi sociali e delle loro caratteristiche sociali, economiche e demografiche, si veda: Istituto Nazionale di Statistica (2017). Rapporto Annuale. La situazione del Paese. Roma: Istat

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