Il futuro della competitività Europea: sfide e opportunità per il Sud Europa e l’Italia.

 

Antonella Massari – Università degli Studi di Bari Aldo Moro

 

Nel maggio 2024, il rapporto di Mario Draghi, “Il futuro della competitività europea“, ha acceso un faro su una questione tanto strategica quanto spesso trascurata: il divario di competenze. A distanza di un anno, le sfide individuate non solo restano attuali, ma si sono fatte più pressanti in un contesto globale sempre più competitivo, tecnologico e instabile. Le carenze in ambito formativo, specialmente nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM), unite a una crescente fuga di cervelli, stanno rallentando l’adozione di tecnologie innovative e ostacolando lo sviluppo dell’economia digitale e della transizione ecologica. Questa situazione colpisce in modo particolarmente grave i Paesi del Sud Europa, tra cui l’Italia.

IL DIVARIO DI COMPETENZE IN EUROPA E NEL SUD

Nel contesto europeo, la carenza di competenze è distribuita in maniera disomogenea. Sebbene si registrino difficoltà in tutte le economie avanzate, il Sud Europa appare particolarmente vulnerabile. Italia, Spagna, Grecia e Portogallo soffrono di un livello di istruzione e formazione meno reattivo rispetto a quello registrato nei Paesi del Nord Europa. In particolare, il Mezzogiorno italiano soffre di problemi cronici legati anche alla scarsa partecipazione all’apprendimento permanente. Nonostante gli investimenti europei per migliorare l’accesso alla formazione, i risultati sono stati limitati. Solo il 37% degli adulti europei ha partecipato a corsi di aggiornamento negli ultimi anni e il dato è ancora più basso nel Sud Italia, dove l’accesso alle tecnologie digitali e alle opportunità di formazione continua è inferiore rispetto ad altre regioni.

L’ITALIA E LA FUGA DI CERVELLI

Tra le tendenze più allarmanti evidenziate dal rapporto Draghi c’è la fuga di cervelli, un fenomeno che continua ad accelerare. Nel solo 2024, oltre 156.000 italiani hanno lasciato il Paese, con un aumento del 36% rispetto all’anno precedente. Tra questi, una quota significativa è composta da giovani laureati, spesso altamente qualificati e formati con successo all’interno del sistema universitario italiano. Molti di loro scelgono di trasferirsi all’estero non per mancanza di legami con il proprio Paese, ma per una carenza strutturale di opportunità professionali, soprattutto nei settori ad alta specializzazione e innovazione. Questo fenomeno comporta una perdita doppia: da un lato priva l’Italia di competenze fondamentali per il suo sviluppo; dall’altro compromette la capacità del Paese di competere a livello internazionale nei settori chiave della transizione digitale e verde. A fronte di questa emorragia di talenti, le politiche italiane di attrazione e trattenimento restano deboli, frammentate e spesso non coordinate con le reali esigenze del mercato del lavoro. È paradossale che, pur producendo risorse umane di altissimo livello, il Paese non riesca a valorizzarle né a offrire loro prospettive adeguate. Senza un cambio di passo strategico – che coinvolga il mondo della formazione, delle imprese e delle istituzioni – il rischio è quello di continuare a formare eccellenze per altri sistemi-Paese.

IL RUOLO CRUCIALE DELLE COMPETENZE DIGITALI

Un altro nodo cruciale per il futuro della competitività italiana è rappresentato dalla digitalizzazione del lavoro, un processo che nel nostro Paese procede ancora con grande lentezza. Oggi, solo l’8% delle imprese italiane ha integrato soluzioni di intelligenza artificiale nei propri processi produttivi. In confronto, in Paesi come la Germania – tra i più avanzati d’Europa – questa percentuale supera il 20%. Questo ritardo non è solo una questione tecnologica, ma riflette una difficoltà più profonda: molte imprese, soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano il cuore del sistema economico italiano, non riescono a innovare perché mancano le competenze necessarie. Le conseguenze sono concrete. Le aziende faticano a modernizzarsi, diventano meno produttive e meno capaci di innovare. Di conseguenza, l’Italia perde terreno anche nei settori più strategici e promettenti, come le tecnologie verdi o la transizione ecologica, dove il cambiamento richiede un forte aggiornamento delle competenze. Il problema è diffuso a livello europeo, ma in Italia si presenta in modo più acuto. Secondo gli ultimi dati, ben il 42% dei cittadini europei non possiede competenze digitali di base; in Italia, questa percentuale è ancora più alta. Non sorprende, allora, che quasi il 60% delle imprese europee individui proprio nella carenza di competenze uno dei principali ostacoli all’investimento in innovazione. Una difficoltà che si manifesta con maggiore intensità nel Mezzogiorno, dove la digitalizzazione delle imprese è più lenta e le opportunità di formazione continua sono ancora troppo limitate.

DECARBONIZZAZIONE E INNOVAZIONE

La transizione verso un’economia decarbonizzata non è solo una questione ambientale. Le imprese europee segnalano da anni difficoltà a reperire lavoratori con formazione adeguata nei settori della sostenibilità e delle energie rinnovabili. Tra il 2019 e il 2023, le posizioni vacanti in questo ambito sono più che raddoppiate, con il 25% delle aziende europee che segnala carenze di manodopera. L’Italia, nonostante le sue potenzialità in settori strategici come le energie rinnovabili– dal fotovoltaico all’agroecologia – fatica a sviluppare le competenze necessarie per sostenere questa transizione a causa della mancanza di una visione d’insieme e di forza lavoro preparata.

LE PROPOSTE PER IL FUTURO

Il rapporto Draghi propone alcune soluzioni concrete per affrontare il divario di competenze e rafforzare la competitività europea. In particolare, l’Italia e il Sud Europa dovrebbero adottare un approccio più strategico e orientato al futuro, concentrandosi su:

  1. Riformare i sistemi educativi e di formazione: È necessario rendere i programmi di studio più reattivi alle esigenze del mercato del lavoro e delle tecnologie emergenti, coinvolgendo maggiormente le imprese nello sviluppo di competenze.
  2. Attrarre e trattenere talenti: L’Italia dovrebbe partecipare attivamente a programmi europei volti ad attrarre talenti tecnologici dall’estero, fornendo al contempo incentivi per trattenere i giovani laureati italiani, in particolare nel settore STEM.
  3. Sviluppare le competenze digitali e professionali: Il futuro del lavoro sarà sempre più digitale e l’Italia deve intensificare gli sforzi per formare adulti e lavoratori alle competenze digitali di base e avanzate.

CONCLUSIONE

Il programma “Italia Digitale 2026”, collegato al PNRR, ha previsto investimenti in formazione e infrastrutture digitali. Sono stati attivati anche progetti pilota nelle scuole per avvicinare studenti e docenti all’intelligenza artificiale e alla programmazione. Tuttavia, secondo le analisi più recenti, l’impatto resta ancora limitato, soprattutto nelle aree meridionali. Le misure varate sembrano più risposte tecniche che visioni sistemiche. Non basta introdurre corsi, se mancano continuità, inclusività e orientamento alle reali esigenze del mercato del lavoro. Mancano cinque anni all’obiettivo europeo del 2030 per la digitalizzazione e l’occupabilità. Il tempo a disposizione non è molto, ma è sufficiente se si interviene con determinazione.  Il rapporto Draghi ha avuto il merito di evidenziare, con chiarezza e visione strategica, una delle sfide decisive per il futuro europeo. A un anno di distanza, il quadro è ancora critico, ma non immobile. L’Europa e l’Italia hanno oggi l’occasione – e la responsabilità – di investire nel capitale umano come leva di competitività, innovazione e giustizia sociale. La sfida delle competenze non è tecnica, è culturale. Ed è una sfida che riguarda tutti: istituzioni, imprese, scuola e cittadini.

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