Divario di genere nell’attività lavorativa. È una questione di latitudine?

Maria Cristina Recchioni – Università Politecnica delle Marche e Corrado Crocetta – Università degli Studi di Bari Aldo Moro

La parità di genere è una priorità centrale per lo sviluppo e la crescita economica globale ed europea, riconosciuta dalle Nazioni Unite come motore di progresso e inserita tra i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) per il 2030. In Italia, tuttavia, la questione dell’occupazione femminile rappresenta tuttora una sfida irrisolta, resa ancora più complessa da profonde disparità territoriali.
Per comprendere appieno questa disparità, è fondamentale guardare ai numeri. I dati più recenti elaborati da ISTAT rivelano che il tasso di occupazione nel 2024 nella fascia 15-64 anni si attesta al 62,2 %. Per la popolazione femminile, questo valore scende al 53,3%, con un divario di genere di quasi 18 punti percentuali. Tale un valore è quasi doppio rispetto alla media UE (17,6 punti contro 9,0 punti), collocando l’Italia come fanalino di coda tra i paesi membri. Per dare qualche riferimento, in Francia e Germania il gap è rispettivamente di 5,5 e 6,5 punti, mentre in Finlandia il tasso di occupazione femminile è addirittura lievemente più elevato di quello maschile.
Come analizzato dall’ISTAT e CNEL, la vera sorpresa (o forse la triste conferma) emerge dalla distribuzione geografica: mentre al Nord, nel secondo semestre, il tasso femminile di occupazione nella fascia 15-64 anni supera il 62% e al Centro raggiunge il 60,8%, nel Mezzogiorno scende drasticamente al 36,9%. Scendendo poi nel dettaglio regionale, si osserva che, da un lato, tutte le regioni del Nord e del Centro (con la sola eccezione del Lazio) hanno raggiunto il target del 60% del tasso di occupazione femminile, come previsto dalla strategia di Lisbona 2010; in particolare il Trentino-Alto Adige registra un impressionante 67,8%, superando la media europea. Dall’altro lato, in alcune regioni meridionali il tasso è così basso che meno di una donna su due risulta occupata. Questa marcata discrasia che evidenzia un grave sottoutilizzo di competenze e potenziale.
L’età si rivela un fattore ancora più discriminante: il divario quasi raddoppia, attestandosi a 12,1 punti per i più giovani e a 22,9 punti nella fascia più adulta. Anche in questo caso, le differenze si accentuano ulteriormente nel Mezzogiorno, dove la distanza tra i tassi di occupazione femminile e maschile passa da 14,3 punti per classe 15-34 anni a quasi il triplo per le 50-64enni (33,1 punti in meno rispetto agli uomini).
Una buona notizia: il livello di istruzione riveste un ruolo chiave nella partecipazione al mercato del lavoro delle donne e nella riduzione delle disuguaglianze. All’aumentare del titolo di studio, il tasso di occupazione 15-64 anni cresce e il gap di genere diminuisce progressivamente. Il possesso di un titolo di laurea o post- laurea riduce il divario occupazionale a 6,9 punti percentuali (femminile 79,3%) contro 19,5 punti percentuali per coloro che sono in possesso del diploma (femminile 57,2%). Ciononostante, persistono notevoli differenze geografiche con un divario di 5,6 punti nel Nord Italia contro i 9 punti nel Mezzogiorno.
Le differenze permangono anche scendendo nel dettaglio regionale: la Sardegna presenta un divario di 3,4 punti percentuali, mentre la Campania e il Molise chiudono la classifica con 10,6 e 11,4 punti rispettivamente.
Lo squilibrio tra Nord e Sud nell’occupazione femminile è una ferita che rimane aperta. Colmare questo divario, per quanto riguarda sia la condizione femminile sia la sua inclusione lavorativa, non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di valore economico. È innegabile che una nazione che non sfrutta adeguatamente il talento e le potenzialità della metà della sua popolazione è una nazione che sacrifica una buona parte del proprio potenziale di crescita. Ogni donna che non lavora per mancanza di opportunità, ogni talento sprecato, rappresentano una perdita per l’Italia intera.
Garantire pari opportunità lavorative tra Nord e Sud significa costruire una società più giusta, coesa e capace di affrontare le sfide del futuro. Per cambiare rotta è indispensabile agire su più fronti: investire sui servizi per l’infanzia e per l’assistenza, liberando le donne dal “doppio carico” per permettere una piena partecipazione al mercato del lavoro. È altrettanto importante incentivare lo sviluppo economico del Sud con politiche appropriate volte alla creazione di impresa e di posti di lavoro qualificati. Tutto ciò, tuttavia, diventa ininfluente se non accompagnato da un cambiamento culturale profondo che promuova una maggiore condivisione delle responsabilità familiari tra uomini e donne e che valorizzi il contributo femminile in tutti i settori della società.

È essenziale accettare e comprendere le ragioni dietro tale disuguaglianza, ragioni che vanno affrontate in modo decisivo. Solo allora saremo in grado di costruire una società in cui la discriminazione basata sul genere o sull’origine geografica non ostacoli il potenziale di nessun essere umano.

Facebooktwitterlinkedinmail
+ posts