Intervista a Filomena Maggino: La sostenibilità come visione sistemica del futuro

Abbiamo intervistato Filomena Maggino, coordinatrice della Sezione SIS – DIAS ( Dati Indicatori e Analisi per la Sostenibilità della Società Italiana di Statistica, professore ordinario di Statistica sociale presso Sapienza e già presidente della Cabina di Regia “Benessere Italia” presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri). Filomena ha dedicato gran parte della sua attività scientifica alla misurazione della qualità della vita, anticipando molti dei temi oggi centrali nel dibattito sulla sostenibilità. La abbiamo chiesto di parlare della nuove sfide che ci attendono.

Filomena, sono passati tanti anni da quando hai iniziato a scrivere sul tema della qualità della vita, che oggi si è evoluto accogliendo il concetto più ampio di sostenibilità. Ritieni che la coscienza pubblica sia cambiata e ci sia una reale consapevolezza dell’importanza del rispetto dei principi alla base della sostenibilità?

Sicuramente c’è stata un’evoluzione nella consapevolezza collettiva, ma siamo ancora lontani da una piena comprensione della sostenibilità nella sua accezione più profonda. Spesso si associa la sostenibilità esclusivamente alla dimensione ambientale, mentre il concetto è molto più articolato e include dimensioni sociali, economiche, culturali e, soprattutto, temporali. La sostenibilità implica un’etica della responsabilità intergenerazionale. Oggi vedo una maggiore attenzione da parte dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, ma manca ancora una cultura diffusa che trasformi questa attenzione in comportamenti e decisioni coerenti. Serve un’educazione alla complessità, alla sistemicità dei fenomeni, che solo un approccio multidisciplinare e statistico può offrire.

L’esperienza del progetto  BES dell’Istat è stata una vera best practice, riconosciuta anche a livello internazionale. Oggi si sta evolvendo con analisi sempre più dettagliate e con un livello di granularità molto piccolo. Quale sarà, secondo te, il prossimo step?

Il progetto BES ha rappresentato un punto di svolta. Per la prima volta si è passati da una visione puramente economica dello sviluppo del paese a una che mette al centro il benessere multidimensionale. Il lavoro che l’Istat ha fatto – e continua a fare – è prezioso, soprattutto per la capacità di rendere disponibili i dati a livello territoriale, fino al livello comunale. Il prossimo step è duplice: da un lato, rafforzare l’uso di questi indicatori nei processi decisionali, soprattutto a livello locale; dall’altro, integrare i BES con strumenti previsionali e valutativi. Non basta misurare ex post: occorre costruire sistemi di supporto alle decisioni che valutino ex ante gli impatti delle politiche sul benessere e sulla sostenibilità. In questo, il dialogo tra statistica ufficiale, accademia e amministrazione pubblica è fondamentale. Tutto ciò è stato al centro dell’attività della Cabina di Regia Benessere Italia. Sono molti che ancora oggi ritengono quell’esperienza una vera innovazione di governance, avendo cercato di conciliare, a livello governativo, da una parte l’idea di qualità della vita quale obbiettivo dell’attività di governo, dall’altra la cultura della valutazione (ex-ante e ex-post) attraverso indicatori con una visione sistemica.

Si parla spesso di sostenibilità, ma ci sono ancora pochi studi sulla valutazione dell’impatto generazionale, anche se molte pubbliche amministrazioni si stanno dotando di questo strumento. Quali sono, secondo te, gli ostacoli alla diffusione di questi strumenti? E che ruolo possono svolgere gli statistici?

Uno degli ostacoli principali è culturale: la proposta politica è ancorata al breve termine, mentre la valutazione di impatto generazionale richiede una visione di lungo periodo, una capacità di immaginare scenari futuri e di assumersi responsabilità che vanno oltre il proprio mandato. Un altro ostacolo è metodologico: servono strumenti robusti, capaci di affrontare l’incertezza e la complessità, e non sempre le amministrazioni ne dispongono. Gli statistici hanno qui un ruolo cruciale: non solo nello sviluppo di indicatori e modelli, ma anche nella costruzione di un linguaggio comune che renda questi strumenti comprensibili e utilizzabili dai decisori. Dobbiamo abbandonare la logica della misurazione fine a sé stessa e abbracciare quella della valutazione come guida all’azione. Questo implica lavorare sulla formazione, sul dialogo interdisciplinare e sull’interazione continua tra ricerca e policy.

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